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L’anno del cambiamento climatico

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uesto è l’anno in cui il #climatechange, il cambiamento climatico, da previsione per un futuro più o meno lontano e più o meno certo, si è trasformato in realtà. Fino a quando si scioglievano i ghiacciai dell’Artico o si staccavano iceberg grandi quanto intere nazioni, nonostante tutto, poteva sembrare ancora qualcosa di lontano, qualcosa di reversibile, da poter rimandare. Che non avrebbe riguardato noi, ma le prossime generazioni.

I primi modelli scientifici al 2100 sembravano lasciare ai potenti della Terra uno spazio d’azione e di negoziazione piuttosto ampio, in termini di tempo. Come Trump insegna, molto più utile a livello elettorale spostare i soldi sul taglio delle tasse più grande della storia americana piuttosto che continuare le politiche ambientali. Arrivando a negare del tutto l’esistenza del riscaldamento globale ridotto a “invenzione dei cinesi per danneggiare l’industria americana”. E quindi la sua economia, la sua competitività perché obbliga a rispettare gli accordi internazionali sulle emissioni nell’atmosfera (Parigi).

Così finora, la Groenlandia che si scioglie non è stata vista come un problema immediato per tutti. Ahinoi. Eppure chi abita quei territori, racconta da almeno un decennio quanto le cose sono cambiate. Gli ultimi dati sull’Artico, sullo scioglimento della calotta polare, indicano che il cambiamento è molto più rapido di quanto previsto. Con conseguenze impossibili da prevedere. Gli Inuit – il popolo degli igloo – sono rimasti senza ghiaccio per costruirli. Le temperature sono così miti che sono comparsi animali come i pettirosso.

Gli esempi di quanto il clima che cambia stia modificando i territori sono numerosissimi. C’è il boom agricolo della Russia, nuova superpotenza mondiale del frumento grazie al riscaldamento globale che sta spostando sempre più a nord le aree coltivabili. Già quest’anno per esportazione di cereali ha superato Stati Uniti ed Ue.

Il fatto è che non sembra più essere questione di giorni particolarmente caldi, né di millimetri di pioggia. Si tratta di abituarsi a una diversa normalità: il cambiamento climatico è già la nostra realtà. Nonostante la classe politica abbia negato a lungo. E in parte, minore ma molto rappresentativa, ancora continui a negare.

Tante emergenze, un’unica emergenza

Un’accelerazione improvvisa dei fenomeni ha portato gli effetti del cambiamento climatico davanti agli occhi di tutti. Davanti alla porta di casa. Anche in Italia in particolare quest’estate abbiamo iniziato a verificarne gli effetti sulla nostra pelle. Lunghissime ondate di calore, siccità e desertificazione anche al centro e al nord, incendi triplicati rispetto all’anno precedente, Roma col problema del razionamento d’acqua. E appena iniziato settembre si è passati dalla siccità alla massima allerta meteo, alla bomba d’acqua che ha allarmato Genova, devastato Livorno, allagato Roma. Colpa di un “ciclone mediterraneo”.

Tutto questo mentre nelle stesse ore sull’Atlantico e con tutt’altre proporzioni l’uragano Irma grande quanto la Francia, il più vasto e potente mai formatosi in quell’Oceano, attraversava e distruggeva prima i Caraibi, poi Cuba e infine la Florida. Con immagini apocalittiche da Miami, capitale del “Sunshine State” lo Stato del sole splendente, dell’estate perenne. Al contrario, dai canali allnews internazionali sono arrivate immagini di devastazione e strade sommerse. Scene che fanno pensare alle inondazioni in India e in Bangladesh, alle recenti valanghe di fango in Sierra Leone o all’esondazione di un affluente del fiume Yangtze in Cina che ha provocato decine di morti ad agosto. A monte di quel grande fiume – a proposito di cambiamenti climatici – si sta sciogliendo un decimo della catena dell’Himalaya .

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Una diversa normalità

Gli scienziati sono d’accordo: è il cambiamento climatico che genera fenomeni meteo sempre più estremi, sempre più frequenti, sempre più violenti. È stata definita, questa, l’età dell’emergenza, perché a livello nazionale e globale si passa da un’emergenza all’altra, da uno stato di calamità a un altro. Calamità stagionali in alcune parti del mondo, le cui conseguenze dipendono anche da fattori locali, si potrà dire. Ma gli scienziati sostengono che gli eventi estremi di questo tipo sono diventati e diventeranno sempre più frequenti e devastanti a causa dell’aumento delle temperature globali e dell’intensità delle precipitazioni.

“Più l’acqua degli oceani e dei mari si riscalda, più evapora facilmente e fornisce energia alle tempeste” – concordano i più importanti scienziati italiani e internazionali. “Ogni mezzo grado in più fa aumentare del 3 per cento l’umidità dell’atmosfera: vuol dire che i cieli si è riempiono prima di acqua e ne hanno una quantità maggiore da scaricare”. Ogni anno, in particolare dal 2000, le temperature hanno toccato picchi mai visti dalla nascita della meteorologia e probabilmente da centinaia di migliaia di anni.

Cosa sta succedendo in Italia

Non sono tutti questi eventi un unico filo rosso? Anziché di emergenza, non si tratta piuttosto della realtà con cui fare i conti oggi e per i prossimi anni? Realtà che ci ha trovato completamente impreparati e che ancora in molti continuano a negare abbia effetti nell’immediato?

Riavvolgiamo il nastro e puntiamo il nostro focus, intanto, sull’Italia. È il 2011 quando nel nostro vocabolario e nella nostra esperienza, con l’alluvione alle Cinque Terre e a seguire di Genova, entra per la prima volta il concetto di “bomba d’acqua” che trasforma in qualcosa di “nuovo” e “ingestibile” un fenomeno conosciuto come un’alluvione, una tempesta, seppure di grave ed eccezionale intensità. Con “bomba d’acqua” però si entra nell’emergenza e si è autorizzati a non “poterci fare nulla”, se non spalare fango, riparare i danni, esprimere cordoglio per le vittime che solo a Genova furono 6. Nel 2012 viene colpita da un’alluvione la Toscana, in particolare la provincia di Grosseto. Nel 2013 tocca alla Sardegna e nel 2014 all’Emilia Romagna messa già in ginocchio dal terremoto. Nello stesso anno Lucca, poi ancora Genova e infine Messina che rimane senz’acqua per settimane a causa di una frana dovuta a forti piogge in località Calatabiano, a 50 km dal capoluogo, che spezza in due l’acquedotto. Nel 2016 è il turno del Piemonte (come nel ’94 e nel 2000) e della costa ionica della Calabria. Si arriva a oggi, 2017, con la “bomba d’acqua” su Livorno che in una sola notte porta precipitazioni equivalenti a quelle di 4 mesi e causa altri 8 morti.

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Ripercorrendo gli ultimi anni è evidente che l’evento che ieri accadeva ogni vent’anni, oggi accade ogni anno e continuerà ad accadere con sempre più frequenza, imprevedibilità e violenza. In questo senso, non c’è nulla di straordinario o di eccezionale.

“Sul territorio nazionale già si avvertono i primi sintomi di impatti pesanti dovuti al cambiamento climatico in atto. Penso alle ondate di calore e ai lunghi periodi di siccità, inframezzati da episodi di precipitazioni violente la cui intensità aumenta soprattutto a causa delle acque sempre più calde del Mediterraneo. Queste forniscono vapore acqueo ed energia ai sistemi atmosferici. E questi, seguendo le leggi della termodinamica, non possono far altro che scaricare violentemente questa energia sul territorio. Con le conseguenze che tutti, periodicamente, vediamo” mi ha detto il fisico del clima del Cnr Antonello Pasini, vicepresidente della Società italiana per le scienze del clima e autore del libro Effetto serra, effetto guerra. “In Italia inoltre non risentiamo solo di ciò che avviene sul nostro territorio, ma anche di quanto accade nella fascia del Sahel, da cui proviene circa il 90% dei migranti che giungono fino a noi. La condizione del Sahel, dove la desertificazione avanza e la terra non fornisce più il sostentamento agricolo a coloro che vi abitano, sembra possa diventare ancora più critica in futuro. Questo fa prevedere un ulteriore inasprimento delle condizioni in quella zona dell’Africa, con conseguenze che tutti noi possiamo immaginare”.

E’ appena iniziato l’autunno.

Finora ha portato ancora siccità, con incendi record in California e temperature alte non mai in tutta Italia. Ma dopo, nella la stagione delle piogge più violente, cosa accadrà? Non è difficile da prevedere, soprattutto in un Paese di per sé fragilissimo dal punto di vista idrogeologico. E che per di più investe poco in prevenzione e cura del territorio. Al contrario, negli anni non si è mai arrestata la cementificazione e il consumo del suolo.

 

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alessandromacina
Journalist & TV Reporter at RAI RadioTelevisione Italiana. Founder & Publisher ClimateChange News.

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