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Effetto serra effetto guerra. Intervista agli autori Mastrojeni e Pasini: “Politica deve rendersene conto. Spostamenti epocali di popolazioni causa clima inevitabili”

Grammenos Mastrojeni è un diplomatico italiano, coordinatore per l’Ambiente della Cooperazione allo sviluppo. Partecipa ai negoziati internazionali su clima, terre, biodiversità, acqua e oceani. Insegna Ambiente e Geostrategia in vari atenei. Per Chiarelettere ha pubblicato L’arca di Noè.

Antonello Pasini, fisico climatologo del Cnr e autore di molte pubblicazioni specialistiche, insegna Fisica del clima. Vicepresidente della Società italiana per le scienze del clima. Ha vinto recentemente il premio nazionale di divulgazione scientifica con il blog “Il Kyoto fisso” per la rivista Le Scienze.

Insieme, hanno scritto “Effetto serra effetto guerra. Clima, conflitti, migrazioni. L’Italia in prima linea”, pubblicato da Chiarelettere.

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Con questo libro, i due autori hanno affrontato per la prima volta in Italia un tema di grandissima attualità, sempre più oggetto di ricerca. Il problema dell’immigrazione e dei conflitti va visto dalla parte del clima. Perchè più il deserto avanza, più le ondate migratorie aumentano, più cresce il pericolo di guerre.

Di seguito l’intervista esclusiva per ClimateChange News

Nel libro mettete in primo piano una prospettiva inedita di cui va preso atto al più presto. La riassumo così. Climate Change non vuol dire solo riscaldamento globale, scioglimento dei ghiacciai, innalzamento dei mari, desertificazione, frequenza e intensità di eventi estremi ma anche che il clima ha un ruolo su guerre e grandi migrazioni.  Anzi, li sta già innescando. In Africa decine di conflitti sono collegati alle risorse naturali. Più volte nel libro ricorre la parola “giustizia”. Perché ritenete questa parola così centrale nel discorso?

Pasini. Perché il riscaldamento del pianeta e i cambiamenti climatici che questo comporta sono problemi globali, ma gli impatti sono diversi da luogo a luogo. Oggi i più colpiti sono proprio i paesi poveri, che sono anche i più vulnerabili. E, guarda caso, questi paesi sono anche quelli che hanno meno responsabilità per la creazione del problema stesso, perché emettono pochissimo in termini di gas serra, che, come noto, sono la causa principale del riscaldamento recente. Se a questo si aggiunge che anche a parità di impatti, i paesi poveri sono più fragili, perché non hanno sistemi di tutela, welfare, assicurazioni, ecc. è chiaro che le conseguenze sono e saranno peggiori lì rispetto a quelle che vediamo e vedremo nei paesi sviluppati. Se a questo aggiungiamo ancora che i cambiamenti climatici sono un fattore di innesco o di amplificazione/accelerazione di conflitti e migrazioni di tanti disperati che fuggono da bombe o carestie, è sempre più evidente che esiste un problema di giustizia.

Mastrojeni. La dimensione della giustizia emerge anche a livello di soluzioni. Prima ancora di defossilizzare il settore energetico, occorre mettere le popolazioni più fragili in condizione di non soccombere alla pressione di un clima che cambia. E creare prospettive per il loro futuro. Solo così si innesta il loro interesse e la loro capacità di curarsi dell’ambiente che li circonda e trasformarlo in un’occasione di sviluppo e di reddito. Se ciò non avviene, i paesi poveri usciranno dallo sforzo globale per limitare il riscaldamento globale. Saranno costretti a un uso predatorio e inquinante delle loro risorse e renderanno così quantitativamente impossibile per tutti mantenere l’aumento della temperatura sotto la soglia critica dei 2° C. Bisogna quindi redistribuire in maniera sensata l’accesso ai mezzi e alle opportunità. Madre terra ci sta inviando un messaggio profondo: se volete che io resti una salutare casa per tutti voi, dovete anzitutto fare giustizia.

Sull’Italia, che rispetto ai fenomeni migratori potrebbe avere un ruolo cruciale voi dite anche a livello internazionale, vi sembra che il tema sia adeguatamente tenuto in considerazione? Anche pensando alla campagna elettorale a cui stiamo per assistere, non vi sembra che ci sia soprattutto la logica del “muro”, che nel libro dite non essere la scelta giusta né quella più conveniente?

Pasini. Può sembrare che i muri contengano il problema, ma solo in un primo momento. Alla lunga non fanno altro che inasprire ancor più le condizioni di vita fuori dal muro. Per quanto ci riguarda, la fascia africana del Sahel è già una zona in cui il terrorismo trova facile presa. Le testimonianze riportate nel libro, lo dimostrano. A mio parere, erigere un muro significa gettare quelle popolazioni nelle braccia del terrorismo organizzato in una zona dove, tra l’altro, girano tantissime armi. Vuol dire anche aumentare le spese per la sicurezza interna e la difesa. Significa, infine, isolarsi economicamente da quei mercati, e nell’odierna economia globalizzata, questo non fa certo bene al nostro paese.

Mastrojeni. Il muro è una scelta socio-economica autolesionista: blocca molte circolazioni, non solo quella migratoria. Contribuendo a estremizzare la fragilità dei luoghi di provenienza, non solo li rende strategicamente più pericolosi, ma li sottrae pure all’espansione economica delle nostre aziende e ci sottrae mercati. La nostra è un’economia “estroversa”, che si basa sulla relazione coi mercati esteri non solo in termini di esportazioni. Inoltre, è probabile che il muro eretto da noi verso Sud, sarà duplicato nella stessa logica di chiusura securitaria attorno a noi a Nord: abbiamo avuto un piccolo antipasto di quali costi avrebbe comportato per il settore trasporti italiano solo il ripristino dei controlli al Brennero.

In generale, la scelta del muro rischia di tagliarci fuori da diversi proficui mercati e flussi economici, indebolire i legami di varia natura anche con aree non a rischio, mentre l’aumento della tensione regionale prospetta un significativo incremento della pressione fiscale per spese di polizia e difesa. Una proiezione prudente lascia presagire perdite del nostro PIL superiori al 10%, mentre un’efficace politica di aiuto costerebbe molto meno e creerebbe pace invece di tensioni.

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Il vostro libro è comunque un invito a non arrendersi all’ineluttabilità dei cambiamenti climatici e allo sconforto di questi tempi di incertezza, nonostante l’enorme ritardo che abbiamo accumulato. Cosa fare allora, dove agire? Se poteste suggerire alla politica nazionale e internazionale un’azione concreta, quale sarebbe la prima, la più urgente?

Pasini. La politica deve rendersi conto che, oltre una certa soglia di riscaldamento, sarà difficilissimo adattarsi e spostamenti epocali di popolazioni saranno inevitabili. Dobbiamo andare verso un’economia a bilancio di carbonio zero. Per far questo, ovviamente bisogna puntare sulle riduzioni di emissioni di gas serra da combustioni fossili (penso al settore energetico, quello industriale, quello del traffico). Ma come mostriamo nel libro, ciò probabilmente non basterà. Quel 25% di emissioni che viene dall’uso del suolo o dal suo degrado (deforestazione, desertificazione) deve essere ridotto anch’esso. In questo settore, un aiuto può venire proprio dal recupero di quei terreni degradati o desertificati della fascia saheliana. Ecco quindi che si innescano strategie doppiamente vincenti, perché recuperando quei terreni facciamo del bene all’ambiente (questi terreni passano da emettitori netti di anidride carbonica ad assorbitori efficaci) e facciamo del bene, ovviamente, alle popolazioni che vi abitano, consentendo loro di avere un’agricoltura sostenibile, che permetta di vivere bene in quei luoghi, di innescare nuovamente commerci, di poter mandare i figli a scuola, ecc.. In questo senso l’Italia ha una grossa responsabilità e una grande occasione. In sostanza, aiuti e non muri.

Mastrojeni. Occorre diminuire le emissioni in tutti i settori. E anche proteggere la vitalità degli ecosistemi e riattivarli: oceani, foreste, montagne mantenute vitali offrono nel contempo un potente strumento di assorbimento dei gas serra, mentre continuano a produrre quei “servizi della natura” che consentono ai popoli di sostentarsi. Tutto un filone dei rimedi – e dei negoziati – climatici si incentra su questi metodi definiti “cosystem-based approaches”. Approcci validi ovunque.

Per concludere, come climatologo Pasini qual è la cosa che più la preoccupa? E a lei Mastrojeni, che da quasi vent’anni concentra la sua attenzione, da un’altra prospettiva, sui cambiamenti climatici?

Pasini. Da fisico del clima sono molto preoccupato dell’inerzia delle nostre azioni per contrastare il cambiamento climatico, perché andando avanti così potremmo assistere al superamento di certe soglie di non ritorno. Il clima è un sistema complesso: fino ad ora gli influssi umani sul clima e i relativi aumenti di temperatura hanno prodotto cambiamenti tutto sommato graduali negli impatti sui territori, gli ecosistemi e l’uomo. In futuro, la sempre più estesa perdita dei ghiacci e altri fenomeni che stanno andando avanti rapidamente potrebbero innescare processi pericolosi come il rilascio in atmosfera di enormi quantità di metano, un gas serra che ha un potere riscaldante di almeno 20 volte superiore a quello dell’anidride carbonica. Questo porterebbe ad un innalzamento ancora più repentino della temperatura, con tutto ciò che comporterebbe per gli altri fenomeni climatici e per i relativi impatti. E questo è solo un esempio, ci sono altri campi in cui probabilmente siamo abbastanza vicini ad una soglia di “collasso” del sistema: ad esempio la biodiversità.

Mastrojeni. Da diplomatico vedo l’ingestibilità sistemica di tutto ciò e la risonanza fra ambiente e umanità. Dalla rivoluzione industriale a oggi, si è registrato un aumento medio della temperatura globale circa 1 grado centigrado. Per un futuro troppo prossimo – entro la fine di questo secolo – gli studi prefigurano questa dinamica in accelerazione più o meno brutale: gli scenari variano da un riscaldamento contenuto entro 1,5 gradi centigradi – con gravi problemi, però ancora gestibili – fino a un incremento oltre i 4 gradi. La differenza fra questi scenari non dipende dalle diversità fra i vari tipi di modelli e metodi applicati dagli scienziati, bensì da un’incognita fondamentale: come si comporterà l’umanità? Lo scenario dei 4 gradi e oltre – una vera e propria estinzione di massa, aumenti rapidi del livello degli oceani, disastrose alternanze di siccità e alluvioni sulle aree continentali – è considerato raggiungibile in un certo scenario socio-economico umano definito “business as usual”: in pratica, ci arriviamo se noi umani continuiamo ad agire come sempre.

In realtà, lo scenario di un’umanità che persevera imperterrita a fare quello che ha sempre fatto – il temuto “business as usual” – potrebbe rivelarsi un’ipotesi del tutto ottimista: in parallelo al dissesto crescente nella biosfera, nella sfera umana rischia di mettersi in moto un ciclo cumulativo di condotte irresponsabili, con le due dinamiche distruttive che si alimentano a vicenda. Cambiamenti climatici severi porteranno a rapidi spostamenti delle risorse disponibili, comprese quelle più basilari come l’acqua, i terreni coltivabili e abitabili, il cibo, soprattutto a danno di coloro che già sono più poveri. Si apriranno allora competizioni e accaparramenti, delle sacche di instabilità e povertà violenta, ondate migratorie di portata inedita. In queste condizioni, l’unica risposta umana sensata per contenere il riscaldamento – ovvero quella multinazionale, cooperativa, e concertata – diverrebbe sempre più difficile da attuare e una conflittualità endemica si affaccerebbe sulla scena. Uno scenario in cui il conflitto imperversa sullo sfondo di un clima impazzito, in cui l’umanità si combatte invece di impegnarsi unita per ridurre le emissioni, non ha ancora una quantificazione in gradi centigradi, ma è chiaro che occorre assolutamente evitarlo. Per farlo, dobbiamo agire subito.

Ma in fondo, e soprattutto, non abbiamo scritto con ruoli così diversi: prima di essere un climatologo e un diplomatico, abbiamo entrambi dei figli, e abbiamo scritto guardando a ciò che attende loro e tutte le giovani generazioni.

©2017 ClimateChange News. Riproduzione riservata

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alessandromacina
Journalist & TV Reporter at RAI RadioTelevisione Italiana. Founder & Publisher ClimateChange News.

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