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La bomba di gelo artico sugli Stati Uniti non smentisce il riscaldamento globale. Tutto il contrario

Il primo evento meteo estremo del 2018 – nonché la breaking news di inizio anno – è senza dubbio la bomba di gelo artico che ha colpito la costa Est degli Stati Uniti. Un evento di intensità eccezionale, un ciclone di ghiaccio che dall’Artico ha portato forti precipitazioni nevose da New York fino agli Stati del Sud e temperature sottozero che non si registravano da decenni. Si è arrivati fino a -40 gradi, più freddo che su Marte.

Dubbi sul riscaldamento globale?

Com’è possibile un freddo simile negli anni del riscaldamento globale? Se lo sono chiesti in molti negli Stati Uniti. A cominciare dal presidente Trump che, fin dai giorni precedenti la tempesta, ha cavalcato le previsioni meteo twittando ironico. “Sarà la fine dell’anno più fredda di sempre – ha scritto Trump – ci potrebbe servire un po’ di quel buon vecchio riscaldamento globale”.

Il global warming non è mai stato reale per il presidente degli Stati Uniti, l’ha ricordato più volte. Durante la campagna elettorale e anche in questa occasione. Una bufala – “a hoax” – “per proteggersi dalla quale gli Stati Uniti, non altri paesi, avrebbero dovuto pagare trilioni di dollari” ha aggiunto Trump riferendosi agli impegni finanziari legati all’Accordo di Parigi, dai quali come ricorderete a giugno è stata annunciata l’uscita.

Meteo e clima non sono la stessa cosa.

Ma il tweet di Trump – deliberatamente o no – confonde meteo con clima, hanno fatto notare gli scienziati sulla stampa Usa. Non sono affatto la stessa cosa. Sarebbe un errore guardare al meteo locale e fare ipotesi più ampie sul clima in generale. Seguendo la stessa logica, in Argentina o Australia dove in questi stessi giorni si stanno vivendi picchi di caldo estremo, si potrebbe scrivere esattamente il tweet opposto a quello di Trump. Insomma un equivoco scientifico, quello del tweet presidenziale.

Qual è la differenza. Il clima si riferisce a come l’atmosfera agisce per un lungo periodo di tempo, mentre il meteo descrive ciò che accade su una scala temporale molto più breve. In un certo senso, il clima può essere considerato come la somma di lunghi periodi di meteo.

Quello di cui parlano gli scienziati è il clima, raccogliendo migliaia di dati su lunga scala temporale: medie, estremi, frequenze di occorrenza dei fenomeni, deviazioni dalla norma e così via. E i dati globali fanno concordare il 97 per cento della comunità scientifica nel ritenere il riscaldamento del Pianeta un fatto scientifico. Il trend in atto studiato dalla Nasa indica che 16 dei 17 anni più caldi mai misurati sono avvenuti a partire dal 2001.

E anche il 2017 sta confermando il trend di riscaldamento del Pianeta, registrando le seconde temperature medie globali più alte mai registrate, dopo quelle record del 2016. Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale WMO, il 2017 va considerato l’anno più caldo in assoluto, non avendo contato sull’influsso di El Niño, la calda corrente oceanica con effetti climatici su scala globale.

L’inverno non sparirà.

Quindi, anche se gli scienziati del clima si aspettano che il mondo possa riscaldarsi, in media, fino a 4 gradi entro la fine del secolo – a seconda di quanto velocemente aumenteranno le emissioni di gas serra – non si aspettano che questo significhi anche la fine dell’inverno. Le basse temperature continueranno a verificarsi, potrebbero solo diventare più rare. Idem per le bufere e le tempeste di neve, o per i picchi di freddo.

“Certo, a volte fa molto freddo”, ha commentato Todd D. Stern, l’uomo che si occupava di cambiamento climatico negli Stati Uniti durante la presidenza di Barack Obama. “Ma cinque minuti di istruzione direbbero che ciò che conta sono le medie globali, e quelle stanno andando implacabilmente su”.

L’immagine qui sotto – dal sito Climate Reanalyzer – spiega forse meglio di tante parole l’eccezionalità di quello che sta vivendo la costa Est degli Stati Uniti, in una situazione di temperature della superficie terrestre che rimane sopra la media.

Bomb cyclon e cambiamento climatico.

Ma c’è di più. Quello che ha colpito tutti in questi giorni è l’intensità del fenomeno, che ha assunto la forma di un vero e proprio uragano gelato. La stampa Usa ha cercato risposte sulle possibili cause del bomb cyclon – la bomba di gelo polare che ha colpito l’East coast. Tra queste, ci sarebbe proprio il cambiamento climatico in azione, hanno risposto gli scienziati.

Al New York Times alcuni scienziati hanno spiegato come ci possa essere una correlazione tra cambiamenti climatici e periodi di freddo che si verificano quando la fredda aria artica scende verso sud.

L’Artico non è più freddo come una volta, la regione si sta riscaldando più velocemente di qualsiasi altra del Pianeta. E gli studi suggeriscono che questo riscaldamento sta indebolendo più frequentemente e per periodi di tempo più lunghi la corrente artica- conosciuta come Arctic vortex – che normalmente tiene l’aria fredda intorno al polo. Questo cambiamento consente invece all’aria fredda di sfuggire all’Artico e passare a latitudini più basse.

L’immagine della National Oceanic and Atmospheric Administration mostra il freddo artico nell’emisfero nord degli Stati Uniti martedì scorso. Gli studi suggeriscono che la corrente artica si sta indebolendo, causando l’afflusso di aria fredda a sud. Credit NOAA, tramite European Pressphoto Agency

L’attuale ondata di freddo artico in azione da più di una settimana si è scontrata poi con una massa di aria più calda proveniente dall’Oceano Atlantico. Questo scontro ha creato la tempesta ribattezzata “ciclone bomba”. Responsabile dell’intensità della tempesta sarebbero le temperature dell’Oceano Atlantico più calde, più alte della media.

La correlazione tra cambiamento climatico ed eventi estremi.

Abbiamo spiegato, in questo articolo, come gli scienziati spieghino la maggiore frequenza di tornado nel mar Mediterraneo con le anomale temperature marine più calde della media. In particolare, uno studio ha dimostrato che l’origine del violento tornado che che colpì Taranto nel 2012 – causando un morto e 60 milioni di euro di danni – è stata proprio la temperatura del mare, più calda di 1 grado rispetto alla media climatologica del periodo. Lo stesso studio aveva esteso il modello variando la temperatura, per capire cosa sarebbe successo con 1 grado in più o in meno. Il risultato è che con 1 grado in meno – cioè con la temperatura della superficie del Mar Jonio in linea con la media – il tornado non si sarebbe formato. Al contrario, con 1 grado in più – valore medio che sarà molto probabile entro pochi decenni – il tornado sarebbe stato molto più intenso. E’ la dimostrazione che temperature più alte causeranno nel Mediterraneo tornado sempre più violenti.

La stessa cosa è successa lo scorso autunno nell’Atlantico con Harvey, il primo dei tre uragani record in sequenza che uno dopo l’altro hanno colpito e devastato Florida, Cuba, Porto Rico, i Caraibi. Harvey, partito come piccola tempesta tropicale, si è rapidamente trasformato in un uragano di livello 4 a causa delle anomale temperature calde dell’oceano. La stessa cosa sarebbe successa con il “ciclone bomba” di gelo artico di inizio anno, ha spiegato Years of living dangerously un canale del National Geographic dedicato ai cambiamenti climatici.

A causa del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici, l’Atlantico ha registrato temperature della superficie marina superiori alla media anche di 2-4 gradi. Ogni mezzo grado in più fa aumentare del 3 per cento l’umidità dell’atmosfera: vuol dire che i cieli si è riempiono prima di acqua e ne hanno una quantità maggiore da scaricare. Acque più calde quindi vuol dire fenomeni e precipitazioni più violenti. Come era successo con Harvey, quindi, il carico di umidità dalle calde acque oceaniche avrebbe fatto aumentare di potenza l’ondata di gelo artico, trasformandola in un vero e proprio ciclone. Non di pioggia, ma di neve e ghiaccio.

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Journalist & TV Reporter at RAI RadioTelevisione Italiana. Founder & Publisher ClimateChange News.

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