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Ipcc, ultima chiamata per il clima: mezzo grado da evitare

Il tempo dell’azione sul clima è ora. O sarà troppo tardi, perché il tempo a disposizione è sempre meno. Se fosse servita ulteriore conferma, è arrivata ieri a Incheon, Corea del Sud, alla presentazione del Rapporto Speciale Ipcc sul riscaldamento globale di 1,5°C.

Agire adesso.  

Il tempo, la velocità, ecco il vero problema. L’orizzonte temporale con cui fare i conti non è più fine secolo, ma tra 12 anni: andando avanti così, nel 2030 avremo già raggiunto la soglia critica di 1,5 gradi di riscaldamento del Pianeta. Limitare il riscaldamento globale a 1,5°C richiede “cambiamenti rapidi, lungimiranti e senza precedenti in tutti gli aspetti della società”, afferma l’Ipcc. Ma agire conviene: contenere il riscaldamento globale di mezzo grado rispetto al limite dei 2 gradi potrebbe evitare gli effetti più catastrofici e irreversibili del cambiamento climatico, nel quale viviamo già oggi. 

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Un’urgenza – sottolinea il rapporto Ipcc – che chiama in causa i governi mondiali. Nessuno infatti sta facendo abbastanza per scongiurare gli effetti più pericolosi del cambiamento climatico in atto. “Contenere il riscaldamento a 1,5 gradi è possibile ad una condizione. Che ci sia la volontà politica di farlo davvero”, scrive Christiana Figueres, ex segretario UNFCC ed artefice dell’Accordo di Parigi, in un editoriale sul Guardian: .

Perché 1,5 gradi.

Bisogna tornare a Parigi, allo storico Accordo di Parigi del 2015. L’obiettivo sul quale 195 paesi del mondo si sono impegnati a intervenire è: “contenere il riscaldamento del Pianeta ben al di sotto di 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali e continuare gli sforzi per limitarlo a non oltre 1,5″. Eccola quindi la soglia critica: 1,5°C.  

Alla Conferenza di Parigi del 2015, la comunità internazionale ha chiesto all’Ipcc – il principale organismo scientifico internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, istituito dall’Onu – un’analisi sulle reali possibilità di contenere l’innalzamento della temperatura globale entro 1,5 °C. Ecco perché esce oggi il Rapporto Speciale sugli impatti del riscaldamento globale di 1,5°C: uno dei lavori più attesi sul futuro dei cambiamenti climatici e del pianeta. 

Un enorme lavoro di sintesi, preparato dal lavoro scientifico di 91 autori provenienti da 40 paesi diversi. Sono stati presi in considerazione 6 mila pubblicazioni e oltre 42 mila commenti nell’arco delle tre fasi di revisione da parte di esperti e governi. 

Quale futuro.

1 grado è già acquisito: il riscaldamento globale ha già toccato oggi quota +1°C, in poco più di un secolo. Mezzo grado in più – dice il rapporto Ipcc – verrà raggiunto già nel 2030, se non si interviene. Vuol dire che senza azioni “rapide e senza precedenti in tutti gli aspetti della società”, la soglia critica di temperatura +1,5 gradi sarà raggiunta tra 12 anni. Molto prima di metà secolo, come inizialmente previsto. E poi le temperature continueranno a crescere. 

Per i più scettici, non si parla più quindi genericamente di prossime generazioni, di 2100, di cose che noi non vedremo. Si tratta del nostro mondo, oggi. E di come sarà nell’arco di un decennio.

Citando Barack Obama: “Noi siamo la prima generazione a subire l’impatto del cambiamento climatico. E l’ultima a poter fare qualcosa”. Da notare che si tratta di un aumento di temperatura non equamente distribuito nel globo: l’emisfero nord sarà più colpito dell’emisfero sud, anche in termini di danni. In Artico la temperatura aumenterà di almeno 3°C in più al 2030, con inverni sempre più caldi. 

Bisogna quindi aspettarsi fortissimi aumenti di temperatura anche nel breve periodo. Una prima conclusione dell’Ipcc è che il cambiamento climatico non solo esiste già, ma sta già avendo impatti rilevanti.

Riduzione della barriera corallina, innalzamento del livello dei mari, scioglimento del ghiaccio Artico, perdita di biodiversità, precipitazione estreme, ondate di calore e siccità, con impatti anche sulla produzione alimentare e sulla disponibilità di risorse primarie come l’acqua. Tutto questo sta già accadendo e peggiorerà: di quanto?

Mezzo grado fa la differenza

La Terra non deve raggiungere i 2 gradi. 1,5 gradi invece è il cosiddetto overshoot: la soglia da non oltrepassare, oltre la quale il Pianeta andrà in tilt, e noi con lui.

Contenere il riscaldamento a 1,5 gradi – sottolinea il rapporto Ipcc – farà la differenza rispetto a 2 gradi, in termini di impatti su ecosistemi, eventi estremi, inondazioni, livelli di scioglimento artico. Una grande differenza, a vedere i dati.

  • Aumento livello del mare. Entro il 2100 l’innalzamento del livello del mare su scala globale sarebbe più basso di 10 cm con un riscaldamento globale di 1,5°C rispetto a 2°C. Vorrebbe dire limitare l’esposizione di circa 10 milioni di persone a rischi come intrusione di acqua salina, inondazioni e danni alle infrastrutture costiere. 150 milioni di persone in tutto il mondo vivono sulle coste.
  • Artico liquido. La probabilità che il Mar Glaciale Artico rimanga in estate senza ghiaccio marino sarebbe una in un secolo con un riscaldamento globale di 1,5°C. Mentre sarebbe di almeno una ogni decennio con un riscaldamento globale di 2°C.
  • Irreversibili danni alle barriere coralline. Le barriere coralline diminuirebbero del 70-90% con un riscaldamento globale di 1,5°C. Mentre con 2°C se ne perderebbe praticamente la totalità: il 99%.
  • Ondate di calore estreme. Saranno sperimentate dal 14% della popolazione mondiale almeno una volta ogni cinque anni a 1,5 °C. Ma la cifra sale a più di un terzo del pianeta se le temperature raggiunge i 2 °C.

“Ogni decimale di riscaldamento in più ha importanza. Un riscaldamento di 1,5°C o oltre aumenta il rischio associato a cambiamenti di lunga durata o irreversibili” ha affermato Hans-Otto Pörtner, Co-Presidente del Working Group II  dell’IPCC.

Un riscaldamento del pianeta di 1,5 gradi ridurrebbe anche altri importanti impatti. Minori rischi per la salute,  legati anche alla  trasmissione di malattie da vettore quali malaria e dengue. Minori rischi per la sicurezza alimentare legati alla riduzione delle rese agricole di mais, riso e grano. Minori livelli di povertà e rischi per le popolazioni più vulnerabili.

Qui l’infografica realizzata dal Cmcc.

 

Quanto tempo rimane e cosa fare. 

Quello che serve è una rapida e radicale riduzione delle emissioni. Non solo di Co2, ma di tutti i gas a effetto serra. Limitare il riscaldamento globale a 1,5°C richiede, secondo il rapporto, “rapide e lungimiranti” transizioni in molti settori come energia, industria, edilizia, trasporti, pianificazione urbana. Cambiamenti non in linea con quello che sta succedendo finora. Gli impegni degli Stati per ridurre le proprie emissioni di gas serra non sono al momento sufficienti a raggiungere questo obiettivo. 

Le emissioni di CO2 nette globali prodotte dall’attività umana dovrebbero quasi essere dimezzate entro il 2030 (meno 45% rispetto ai livelli del 2010), raggiungendo lo zero intorno al 2050. 

Per non superare i 2 gradi servirà comunque una riduzione notevole delle emissioni, seppur meno rapida: meno 20% al 2030 ed emissioni zero al 2075. 

Si richiede quindi implicitamente ai governi un’azione molto più rapida e più impegnativa, ma che porterà molti più benefici. A livello economico e non solo, un’azione che sarà importante per evitare danni rilevanti e irreversibili agli ecosistemi del pianeta e alla nostra società. Con il rischio di collasso economico su temi quali povertà, salute, acqua, cibo.

Come raggiungere l’obiettivo 1,5 gradi.

L’obiettivo a cui tendere, sia che parliamo di 1,5 o 2 gradi, è quello di un mondo a carbonio zero, senza emissioni di gas serra. Il budget di Co2 da utilizzare è già stato esaurito: in 50 anni abbiamo già usato quasi tutto il budget per un aumento di temperatura 1,5 o 2 gradi.

Ci muoviamo in un mondo in cui la domanda di energia è destinata a crescere: 9 miliardi di persone abiteranno il Pianeta nel 2050. Ma già oggi il costo di 1 kilowatt ora di energia da rinnovabili è quasi uguale a quello da fossili. Quindi è il mercato stesso che potrà guidare la trasformazione, come già accade in alcuni Paesi in via di sviluppo, in India, in Cina.

Servirà mettere un prezzo al carbonio, secondo il semplice principio che “chi inquina, paga”. Un prezzo piuttosto elevato, sicuramente molto più alto di qualsiasi carbon tax prevista finora.

Un passo da compiere quindi è innanzitutto spostare le risorse da fonti fossili a fonti a basse emissioni carbonio. Servono ingenti investimenti sia pubblici che privati per decarbonizzare il settore energia con le rinnovabili. E poi per rendere carbon neutral l’intera economia: i nostri trasporti, l’industria, il settore agricolo.

Quello che si richiede è uno sforzo economico e tecnologico rilevante. Nessuno scenario del rapporto vede raggiungibile l’obiettivo 1,5 gradi senza il sequestro della Co2 già presente in atmosfera e che ancora verrà emessa. Attraverso la cattura diretta di anidride carbonica. Il problema è che le tecnologie esistenti ancora non sono valide su larga scala, su scala industriale. Ma non c’è dubbio, concludono gli esperti dell’Ipcc, che andrà rimossa la Co2 in eccesso in atmosfera,  con tecnologie da sviluppare e con soluzioni biologiche come le foreste. 

Tutto questo, andrà fatto senza dimenticare il fondamentale contributo che dovrà venire anche da tutti noi cittadini, elettori. Mai come oggi, tocca a noi essere capaci di scegliere forze politiche che garantiscano impegni concreti sulla trasformazione sostenibile della società, mettendola in cima alla loro agenda politica. Per il bene del Pianeta e di tutti noi, verificare che quegli impegni presi vengano mantenuti. E sostituire, mettere ai margini, quei politici che non lo fanno.

©2018 ClimateChange News

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Journalist & TV Reporter at RAI RadioTelevisione Italiana. Founder & Publisher ClimateChange News.

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