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Cause ed effetti: 10 cose da sapere sul cambiamento climatico

RISCALDAMENTO GLOBALE

Il riscaldamento globale – global warming – è un fatto scientifico. I cambiamenti climatici ad esso collegati, una realtà. Lo sostiene l’intera comunità scientifica internazionale, il 97 per cento degli esperti di clima. Dalla rivoluzione industriale ad oggi, quindi in poco più di un secolo, il Pianeta si è riscaldato di circa 1 grado centigrado (0.9 °C – 1.8 °F). In Europa l’incremento di temperatura è stato ancora maggiore: +1.4 gradi scrive l’Unione Europea nel report “Azione per il clima”. L’aumento di temperatura, avvenuto in particolare dagli anni ’50, è ulteriormente accelerato negli ultimi decenni.  Ciascuno degli ultimi tre decenni è stato più caldo del decennio precedente. E 17 dei 18 anni più caldi mai registrati sono concentrati dal 2001 ad oggi. Il 2016 è stato l’anno record. Otto mesi su dodici sono stati i più caldi di sempre, per i rispettivi mesi. E anche il 2017 è stato, insieme a 2015 e 2016, uno dei tre anni più caldi dal 1880, anno in cui sono iniziate le misurazioni scientifiche. Il 2017 è anche l’anno più caldo in assoluto senza l’influsso di El Niño, la calda corrente oceanica con effetti climatici su scala globale. Con un aumento medio della temperatura terrestre di +1.1 gradi rispetto ai livelli preindustriali. La soglia critica per evitare gli effetti irreversibili dei cambiamenti climatici è solo a mezzo grado da oggi: contenere l’aumento di temperatura a 1,5 gradi – come richiesto nell’Accordo di Parigi – potrebbe fare la differenza in termini di impatti. Ma continuando a comportarci come oggi, la soglia critica sarà raggiunta nel 2030, tra 12 anni (fonte: Ipcc). Mezzo grado farà la differenza rispetto ai cambiamenti potenzialmente catastrofici che si verificheranno se la temperatura media globale dovesse superare di 2°C quella dell’epoca preindustriale (fonte: Nasa; UEWMO).

EMISSIONI GAS SERRA

Bastano quattro parole: produciamo troppa anidride carbonica (CO2). Tutta la comunità scientifica – il 97 per cento di essa – concorda nel ritenere le emissioni di gas serra (e in particolare di anidride carbonica) prodotte dell’uomo direttamente collegate al riscaldamento globale. I gas serra sono chiamati così perché intrappolano il calore del sole allo stesso modo in cui il vetro di una serra cattura il calore: i gas intrappolano il calore nell’atmosfera, surriscaldando la superficie del Pianeta. Le emissioni sono dovute principalmente alla combustione di energie fossili (carbone, petrolio, gas), deforestazione, allevamento di bestiame: è la prova dell’impatto umano sul clima. Ogni anno circa 40 milioni di tonnellate di CO2 vengono immesse in atmosfera da attività umane. Le emissioni di anidride carbonica, che nei tre anni passati erano rimaste stabili, nel 2017 hanno ricominciato a crescere del 2 per cento. La CO2 viene assorbita in parte da oceani e foreste. E rimane in atmosfera per centinaia di anni. Anche se smettessimo di emettere CO2 tra 100 anni sarà ancora presente circa un terzo di quella emessa oggi e un quinto sarà ancora lì dopo mille anni. Per centinaia di migliaia di anni la concentrazione di CO2 nell’atmosfera ha oscillato tra i valori di 180 e 280 parti per milione (ppm). Nel 2013 la CO2 invece ha superato per la prima volta nella storia delle misurazioni le 400 parti per milione. Da allora i valori hanno continuato ad aumentare, restando stabilmente sopra le 400 ppm, un valore quasi doppio rispetto all’età preindustriale e mai raggiunto prima in almeno 800 mila anni. In questo momento il valore della CO2 ha superato 410 ppm  (Fonte: Nasa; Scripps)

AGIRE ORA. PUNTI DI NON RITORNO

A preoccupare gli scienziati è la velocità dei cambiamenti in corso. Sintomo di delicati equilibri del Pianeta che sono stati alterati, come si trattasse di una “pentola” surriscaldata. Bisogna agire ora perché si stanno raggiungendo dei punti di non ritorno che renderebbero la situazione irreversibile. Non solo sul clima ma anche su altri parametri, come la biodiversità. Siamo infatti nell’era della sesta estinzione di massa, anch’essa causata dall’uomo. Il modello business as usual, ovvero se l’umanità continuerà ad agire come oggi, porterà ad un aumento delle temperatura media globale entro il 2100 di almeno 4 gradi. Con il rischio di una vera e propria catastrofe, con aumenti rapidi del livello degli oceani e della loro acidificazione, disastrose alternanze di siccità e alluvioni sulle aree continentali. In uno scenario più contenuto, con un riscaldamento entro 1,5 gradi centigradi, i problemi sarebbero gravi ma ancora gestibili. La differenza fra questi scenari dipende da un’unica, fondamentale, variabile: come si comporterà l’umanità. (fonte: “World Scientists’ Warning to Humanity: A Second Notice”)

ARTICO E SCIOGLIMENTO GHIACCI

Il luogo “sentinella” dei cambiamenti climatici è l’Artico. Considerato il “frigorifero” o il “condizionatore” del mondo per la capacità di regolazione termica del clima globale e in particolare dell’emisfero Nord. Nelle regioni polari i cambiamenti climatici stanno avanzando a velocità più che doppia rispetto alla media globale. Il riscaldamento è maggiore che a latitudini inferiori e ad ogni settembre l’estensione dei ghiacci è sempre minore. La calotta polare sta scomparendo a ritmi più veloci di quelli previsti dai modelli: il volume dei ghiacci marini presenti durante l’estate si è ridotto di oltre il 40 per cento in 35 anni. Nel 2012 ha raggiunto l’estensione minima di sempre. Lo scorso luglio il ghiaccio marino era inferiore del 16,1 per cento alla media del periodo 1981-2010, il quinto livello più basso mai registrato dall’inizio delle misurazioni scientifiche nel 1979 (fonte: UE). Secondo molti scienziati il ghiaccio marino estivo potrebbe svanire totalmente entro il 2030. In soli 20 anni si è persa un’estensione di ghiacci pari a 17 volte la superficie dell’Italia. Lo scioglimento dei ghiacciai procede a un ritmo del 13,2 per cento a decade. Una riduzione sia in estensione che in spessore del ghiaccio. La minore superficie riflettente è causa di un feedback – cioè una reazione a catena, un effetto a cascata – che accelera ulteriormente il riscaldamento: è il cosiddetto “albedo” del ghiaccio, la sua capacità di riflettere indietro la radiazione solare. Come a dire che più il ghiaccio si scioglierà, lasciando posto al mare e al suolo – superfici più scure – e più continuerà a sciogliersi altro ghiaccio, amplificando ulteriormente il riscaldamento della regione artica: un circolo vizioso che sta diventando incontrollabile. La contrazione anno dopo anno della calotta polare artica e l’apertura del “mitico” passaggio a nord ovest, aprono anche nuove enormi opportunità commerciali. Per il passaggio di grandi navi e, soprattutto, per l’estrazione di idrocarburi come gas e petrolio. In Artico c’è una grande riserva di petrolio, forse l’ultima, di cui il mercato mondiale ancora non si è servito. I governi degli Stati Uniti, Norvegia e Russia – tra gli altri – hanno già aperto a nuove esplorazioni in acque artiche. Una risoluzione del Parlamento Europeo chiede al contrario che vengano vietate trivellazioni in Artico, per non mettere a repentaglio gli ecosistemi polari già duramente colpiti dal riscaldamento globale. Ma sullo sfruttamento delle ricchezze dell’Artico in scioglimento è già in atto una contesa geopolitica che vede protagoniste le maggiori potenze mondiali: Cina, Russia, Stati Uniti.

PERMAFROST

Lo scioglimento del permafrost – lo strato di terreno perennemente congelato, anche sottomarino – è uno dei feedback artici messi in moto dal riscaldamento globale e dallo scioglimento dei ghiacci. E’ considerato dalla scienza una tra le più gravi minacce dei prossimi anni. Perché in quel terreno finora ghiacciato sono intrappolate grandi quantità di gas serra, soprattutto CO2 e metano. Il metano è un gas serra che ha un effetto riscaldante maggiore dell’anidride carbonica. Il metano infatti è un gas serra oltre 20 volte più potente del carbonio, seppur con un tempo di residenza in atmosfera minore. Si calcola che nel permafrost sia intrappolata 3 volte la CO2 presente nell’atmosfera. Carbonio e metano che ora verrebbero rilasciati, accelerando ancora di più il riscaldamento globale. Quanto velocemente questo processo avverrà, è oggetto di studio scientifico. Abbiamo dunque innescato un circolo vizioso potenzialmente fatale: le emissioni di CO2 prodotte dall’uomo stanno riscaldando velocemente il pianeta. Il caldo fa fondere i ghiacciai e fa sciogliere il permafrost. Il permafrost libera nell’atmosfera altra Co2 e metano che contribuiscono ancora di più all’aumento di temperatura media globale.

MARE INNALZAMENTO LIVELLO E ACIDIFICAZIONE

Lo scioglimento dei ghiacci e il riscaldamento delle acque – che si dilatano e immagazzinano calore – causano l’innalzamento del livello del mare. E’ un altro parametro che sta accelerando: se fino a pochi anni fa cresceva di 2 mm l’anno, oggi la crescita è di +3,4 mm ogni anno. Con un aumento del livello del mare già registrato dai satelliti di +84 mm negli ultimi 24 anni (fonte:Nasa). Le nazioni insulari del Pacifico sono il luogo della Terra che sta vivendo già oggi gli impatti più evidenti del cambiamento climatico. Migliaia di persone sono state evacuate e le isole rischiano di scomparire del tutto nei prossimi decenni, sommerse dall’innalzamento dei mari. Un aumento del livello delle acque previsto tra i 28 e i 98 cm entro la fine del secolo, a seconda degli scenari. Il 7 per cento della popolazione mondiale vive in aree potenzialmente a rischio. Non solo nei paesi poveri, anche nel cosiddetto “primo mondo”. Negli Stati Uniti New Orleans, diverse zone della Florida e della costa orientale, compresa New York, sono a rischio. L’aumento della temperature degli oceani e l’immagazzinamento di CO2 inoltre causano l’acidificazione dei mari, un’alterazione chimica con conseguenze sulla salute della fauna ittica e delle barriere coralline.

EVENTI ESTREMI

(NASA Goddard Rapid Response/NOAA via AP)

Gli eventi estremi sono un indicatore dei cambiamenti climatici in atto. Lo sono anche gli estremi di temperatura sempre più frequenti (molto freddo/molto caldo, bombe di gelo/ondate di calore). Acque degli oceani più calde significa precipitazioni più violente. Ogni mezzo grado in più fa aumentare del 3 per cento l’umidità dell’atmosfera: vuol dire che i cieli si è riempiono prima di acqua e ne hanno una quantità maggiore da scaricare. Il 2017 può essere considerato “l’anno del cambiamento climatico”. Il segno più evidente è stata l’anomala successione di 3 uragani di eccezionale intensità nell’Atlantico (Harvey, Irma, Maria). Per la prima volta nella storia, gli Stati Uniti sono stati colpiti nello stesso anno da due uragani di categoria 4. L’uragano Harvey da solo ha causato danni per oltre 100 miliardi di dollari. Un altro uragano formatosi nell’Atlantico, Ophelia, ha raggiunto in maniera inedita l’Europa causando oltre 40 morti tra inondazioni e incendi in quattro diversi paesi. Ma disastri “meno mediatici” ci sono stati anche in Sierra Leone, India e Cina dove l’esondazione di un affluente del fiume Yangtze ha fatto 310 vittime. Secondo gli scienziati ci dobbiamo aspettare eventi sempre più estremi, frequenti, imprevedibili nell’intensità. Gli eventi meteo estremi sono aumentati in tutti i continenti in particolare dagli anni Ottanta. E sono in aumento alle latitudini temperate. Dal 1970 al 2012 ci sono stati 8.835 disastri legati al clima, il 40 per cento di essi hanno avuto luogo tra il 2001 e il 2010 (fonte: Ejf). In Italia dal 2010 ad oggi sono circa 300 le città colpite da eventi estremi, che hanno causato 150 vittime e oltre 40mila persone evacuate. Dal 2013 al 2016 ben 18 regioni sono state colpite da alluvioni o frane con l’apertura di 56 stati d’emergenza e danni accertati di 7,6 miliardi di euro (dati Legambiente e Cnr). In Italia nel 2017 abbiamo visto gli effetti del cambiamento climatico con una siccità fortissima da record, incendi triplicati rispetto all’anno precedente che hanno distrutto 120mila ettari di territorio, mentre l’alluvione di Livorno ha causato la morte di 8 persone. Nel 2018 l’allarme sul clima è arrivato sulle prime pagine dei quotidiani nazionali dopo i violenti eventi meteo che in soli 7 giorni hanno causato 30 vittime tra Veneto, Trentino Alto Adige e Sicilia.

CONSEGUENZE A 360 GRADI

Non è solo un problema ambientale, i cambiamenti climatici già oggi iniziano ad avere un impatto globale su alimentazione, salute, economia e più in generale, accesso alle risorse. In soli 25 anni l’acqua disponibile per persona si è ridotta del 26 per cento di media, significa che sempre meno persone hanno accesso a questa risorsa. La popolazione mondiale è in crescita inarrestabile. Un parametro – dicono gli scienziati dell’Union of Concerned scientists – che se fuori controllo, da solo può sopraffare tutti gli altri sforzi per realizzare un futuro sostenibile. Dal 1992 la popolazione mondiale è aumentata di 2 miliardi di persone e si stima possa arrivare entro fine secolo a un massimo di 12 miliardi di individui. La scienza ipotizza un possibile collasso del sistema al 2050, riferito alla crescita di popolazione. Al 2050 infatti saremo 9 miliardi e per sfamarci tutti servirebbe il 70 per cento di cibo in più, che comporterebbe un ulteriore fabbisogno di energia del 37 per cento e il 55 per cento di acqua in più. In sostanza distruggeremo definitivamente il Pianeta, se non partirà immediatamente una rivoluzione agricola e alimentare. Ma anche le terre coltivabili sono sempre meno, l’erosione del suolo avanza e le siccità diventano sempre più gravi e persistenti.

GUERRE E MIGRAZIONI

Il clima secondo molte ricerche sta innescando conflitti già oggi e in futuro sarà la causa principale di guerre e di epocali migrazioni di interi popoli, in particolare dall’Africa. Secondo una ricerca della ong britannica EJF nel 2016 23,5 milioni di persone sono già state costrette a spostarsi a causa di eventi climatici estremi. Questo numero è destinato a crescere. Nel prossimo decennio il riscaldamento globale potrebbe portare in Europa 20 milioni di profughi per cause climatiche dall’Africa sub-sahariana. Entro il 2100, tale cifra potrebbe salire a livello mondiale a 2 miliardi. Sono i nuovi rifugiati, i “rifugiati climatici”.

ENERGIE PULITE

Il ricorso alle energie rinnovabili potrebbe contenere il riscaldamento globale entro parametri gestibili, dice l’Ipcc – il gruppo intergovernativo di scienziati sul cambiamento climatico. L’ultimo rapporto dell’IPCC indica centinaia di tecnologie oggi disponibili, a un costo basso, per ridurre le emissioni dannose per il clima. Lo stesso rapporto afferma che è compito dei governi rimuovere le barriere che limitano l’uso di queste tecnologie. E adottare nuove politiche. Nella maggior parte dei Paesi industrializzati, infatti, la produzione convenzionale di energia – da combustibili fossili – è sostenuta con sussidi statali, e gli impatti ambientali della sua produzione non si riflettono sul prezzo per gli utenti finali. Per contenere il riscaldamento globale entro parametri gestibili, al 2050 più del 50 per cento dell’energia del pianeta dovrà essere prodotta da fonti “pulite”, mentre i combustibili fossili dovranno completamente essere eliminati entro il 2100. Un obiettivo realizzabile, secondo gli scienziati. Entro il 2050 l’80% del fabbisogno energetico mondiale potrebbe essere soddisfatto dalle energie rinnovabili. Le fonti energetiche rinnovabili devono quindi diventare l’unica fonte di energia e sostituire i combustibili fossili, principale causa del cambiamento climatico.

Last but not least: ACCORDI PARIGI NON SUFFICIENTI

L’Accordo di Parigi, raggiunto alla conferenza sul clima del 2015 (COP21) è il risultato politico più significativo degli ultimi anni. E’ il primo accordo universale e vincolante sul cambiamento climatico. Firmando l’accordo, 198 paesi si sono impegnati ad adottare azioni per contenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 gradi.  Puntando ad un aumento non superiore a 1,5 gradi. Per questo risultato, gli Stati si impegnano a frenare volontariamente le emissioni di gas a effetto serra e a predisporre entro il 2020 nuovi piani energetici e piani nazionali di azione per il clima. Ma alla vigilia dell’ultima Cop23 di Bonn, l’Unep – l’agenzia delle Nazioni Unite per l’ambiente – ha lanciato l’allarme. Non solo perché il maggior produttore di emissioni di CO2 della storia – gli Stati Uniti – ha annunciato a giugno del 2017 di voler uscire da Parigi e rinegoziare l’accordo. Ma perché a livello globale servono misure urgenti. Bisogna fare molto di più e bisogna farlo adesso. Piccoli o lenti cambiamenti non saranno sufficienti. Allo stato attuale – dice l’Unep – gli impegni nazionali consentiranno solo un terzo della riduzione delle emissioni necessaria entro il 2030 per soddisfare gli obiettivi climatici. Per come stanno le cose è probabile un aumento della temperatura di almeno 3 gradi Celsius entro il 2100, con impatti climatici devastanti.

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