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Il clima potrebbe causare la più grave crisi mondiale dei profughi

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econdo la ricerca della ong britannica EJF, Environmental Justice Foundation, nei prossimi anni la principale causa dei flussi migratori non saranno le guerre o la povertà, ma il cambiamento climatico (qui il link allo studio). In particolare, secondo il report, nel prossimo decennio il riscaldamento globale potrebbe creare 20 milioni di profughi per cause climatiche dall’Africa sub-sahariana.

Come dire che la pressione migratoria attuale, anche quella sperimentata a causa del conflitto siriano, è nulla in confronto a quello che potrebbe accadere domani. “Se l’Europa pensa di avere un problema con l’immigrazione oggi, aspetti 20 anni – dice nel report il generale Usa in pensione Stephen Cheney – quando il cambiamento climatico guiderà le persone fuori dall’Africa, in particolare dal Sahel: non stiamo parlando di uno o due milioni di individui, ma di 10 o 20 milioni”. Queste persone “non andranno in Africa meridionale” a cercare condizioni climatiche migliori, ma lo faranno “attraversando il Mediterraneo”.

La concorrenza per le risorse – cibo e acqua su tutte – l’innalzamento dei mari e gli eventi estremi spingeranno sempre più persone a migrare” si legge nel report. “In Siria, già prima dell’inizio del conflitto, un milione e mezzo di persone erano in spostamento da regioni colpite dalla siccità”. E l’aumento previsto del livello delle acque tra i 28 e i 98 cm entro la fine del secolo avrà effetti devastanti.

I luoghi più a rischio.

“In Bangladesh decine di milioni di persone saranno costrette a muoversi se le loro terre saranno inondate. In Indonesia circa 300 milioni di persone vivono in prossimità della costa e sono vulnerabili. Nazioni insulari come Tuvalu, le Maldive e Vanuatu sono destinate a scomparire”.

Ma il problema non riguarda solo i poveri del mondo perché anche nelle nazioni più ricche del mondo, come gli Stati Uniti, le persone saranno spinte fuori dalle loro case dagli effetti negativi del clima. New Orleans, diverse zone della Florida e della costa orientale potranno essere colpite dall’innalzamento dei mari, stessa sorte per la costa Ovest. “Nel febbraio 2017, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale statunitense Richard Clarke ha affermato che il cambiamento climatico è il rischio maggiore per la California e per tutti gli Stati Uniti” si legge ancora nel report.

Nel 2016 23 milioni di rifugiati climatici.

L’Ejf ha calcolato che solo nel 2016, 23,5 milioni persone sono già state costrette a spostarsi a causa di eventi climatici estremi. Tre volte il numero di coloro che sono stati costretti a lasciare le proprie terre a causa di guerre, dicono le Nazioni Unite.

Entro il 2100, viene sottolineato, tale cifra potrebbe salire a 2 miliardi. Sono i nuovi rifugiati, che l’Ejf definisce “rifugiati climatici”. “Nel nostro mondo in rapido cambiamento climatico questa deve essere considerata una priorità urgente per i  leader politici ed economici mondiali”, ha detto al “Guardian” il direttore esecutivo dell’Ejf, Steve Trent. “Bisogna fare adesso passi avanti ambiziosi per ridurre le emissioni di gas serra. E va costruito un meccanismo giuridico internazionale per proteggere i rifugiati climatici. Solo in questo modo tuteleremo i membri più poveri e vulnerabili della nostra società. Il cambiamento climatico non aspetta. Né possiamo farlo noi. Per i rifugiati climatici, domani è troppo tardi”.

Secondo l’ex capo dei consulenti scientifici del governo britannico, David King “il cambiamento climatico è la sfida più importante di tutti i tempi. Una minaccia all’esistenza della nostra civiltà che richiede una risposta umana su una scala mai raggiunta prima”.

Effetto serra, effetto guerra.

Il legame tra il cambiamento climatico e i rifugiati è stato messo in evidenza anche in Italia, dall’analista diplomatico Gramennos Mastrojeni e dal fisico climatologo Antonello Pasini. I due sono gli autori del libro “Effetto serra, effetto guerra. Clima, conflitti, migrazioni: l’Italia in prima linea” edito da Chiarelettere. Le aree dove le grandi e continue ondate migratorie si originano hanno tutte qualcosa in comune, dicono gli autori: “il clima che cambia, il deserto che avanza e che sottrae terreno alle colture mettendo in ginocchio le economie locali. Scenari a cui non eravamo preparati e che paiono il preludio a esodi di interi popoli”. Le conclusioni a cui giungono sono che non ci possiamo permettere di abbandonare i più poveri da soli alle prese col cambiamento climatico. Non solo faremmo finta “di non capire che siamo tutti sulla stessa barca e che i problemi sono interconnessi e hanno una dinamica globale”. Ma in questo modo “lasciamo anche crescere un bubbone di conflittualità che prima o poi raggiungerà noi. I primi migranti del clima lo sanno bene”. Qui il link all’intervista esclusiva per ClimateChange News.

 

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alessandromacina
Journalist & TV Reporter at RAI RadioTelevisione Italiana. Founder & Publisher ClimateChange News.

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