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Gli scienziati che salvano la storia del clima. Intervista a Carlo Barbante, CNR: “Ice Memory, banca mondiale del ghiaccio minacciato dal riscaldamento globale”

Ice Memory, la banca mondiale del ghiaccio, è un progetto di ricerca internazionale riconosciuto dall’UNESCO che ha tra i promotori uno scienziato italiano. E’ Carlo Barbante, direttore dell’Istituto per la dinamica dei processi ambientali (Idpa) del CNR. Insegna chimica analitica all’Università Ca’ Foscari di Venezia ed è presidente della Società italiana per le scienze del clima SISC. Promotore anche del progetto “Epica“, coordina le ricerche glaciologiche alle isole Svalbard in Norvegia – svolte presso la Base artica del CNR – e in Antartide. “Lavoriamo sui temi polari e sulla sensibilità delle calotte polari alla fusione indotta dal cambiamento climatico da molti anni e su vari fronti. Lo scorso anno abbiamo lanciato il progetto internazionale Ice Memory che è stato recentemente adottato dall’UNESCO a Parigi”.

Ice Memory.

La prima missione Ice Memory è stata nel 2016, a 4 mila metri di quota, sul ghiacciaio del Col du Dôme, sul Monte Bianco. Nel 2017 gli scienziati sono andati ai 6.300 metri dell’Illimani, sulle Ande boliviane. L’anno prossimo sarà la volta del Grand Combin in Svizzera (4.300 metri). Poi l’Elbrus, la più alta vetta del Caucaso (5.600 metri) e l’Altai in Asia. Tutti questi ghiacciai, a latitudini molto diverse tra loro, hanno una minaccia comune: il riscaldamento globale.

Scopo delle spedizioni è raccogliere in profondità campioni di ghiaccio da conservare nel gelo naturale dell’Antartide, per studiare e comprendere i cambiamenti climatici. Carote di ghiaccio antico da lasciare a beneficio delle prossime generazioni. Prima che sia troppo tardi, prima che sia tutto fuso.

Guarda il video della prima missione.

Ghiaccio da salvare.

L’idea è quella di costruire un archivio climatico mondiale, una grande banca-dati del ghiaccio. O se preferite, una biblioteca. Le carote di ghiaccio sono dei veri e propri libri, da studiare oggi e da tramandare. Perché il ghiaccio è un archivio vivente della storia del clima e dell’ambiente.

A diversi livelli di profondità, sono salvate le informazioni ambientali del passato. Informazioni antichissime. Il ghiaccio le ha registrate tutte. Dati che non ci possiamo permettere di perdere se vogliamo capire i cambiamenti climatici in atto e se vogliamo costruire una reale storia del clima.

Perdere un ghiacciaio non è solo un problema di risorsa acqua, è anche un’immensa perdita di informazioni” spiega Barbante. “Nella ricerca glaciologica noi procediamo per carotaggi. Più si va giù, più si torna indietro nel tempo. Per avere un’idea, scavare a 100 metri di profondità in Antartide significa tornare indietro di mille o due mila anni. Sull’Ortles, in Alto Adige, scavando a 75 metri siamo invece tornati indietro a circa 7 mila anni fa, nel Neolitico”.

“Il ghiaccio ci dice ad esempio quanta CO2 era presente nell’atmosfera di migliaia di anni fa. E’ un parametro molto importante, che raffrontato con i dati raccolti oggi in maniera diretta, ci permette di vedere quanto è aumentata la concentrazione di anidride carbonica. La storia del clima ci dice che in 800 mila anni le concentrazioni di CO2 hanno sempre oscillato tra 180 e 280 parti per milione. Ora siamo oltre 400 parti per milione, con una crescita esponenziale nell’ultimo secolo“. Cioè dalla rivoluzione industriale e in particolare dagli anni ’50, una prova evidente dell’impatto delle attività umane, in particolare l’emissione di gas serra.

Una carota di ghiaccio antico prelevata sul Monte Bianco, 2016

Farlo ora.

I ghiacciai di tutto il mondo sono minacciati dal riscaldamento globale. Si stanno sciogliendo molto più velocemente del previsto. A questo ritmo, gli scienziati stimano che la superficie di gran parte dei ghiacciai si fonderà da qui a qualche anno o decennio. Con la fusione, spariranno per sempre pagine uniche della storia del nostro ambiente. Il progetto Ice Memory nasce proprio per questo.

“Per chi le sa leggere, queste carote di ghiaccio sono preziose come la biblioteca di Alessandria d’Egitto. Mantenere le informazioni disponibili, e in un unico archivio, è fondamentale per le future generazioni di scienziati. Perché tra 50 anni o anche solo 20, nuove tecnologie consentiranno agli scienziati di estrarre ulteriori informazioni dal ghiaccio. Dati che oggi possiamo solo immaginare. Se penso a quando ho iniziato io questo lavoro riuscivamo ad estrarre solo pochi parametri climatici ed ambientali e ad una risoluzione temporale molto ridotta. In futuro mi immagino che potremo fare delle tomografie delle carote di ghiaccio, analizzandole senza nemmeno fonderle ed ottenere così informazioni preziosissime” continua Carlo Barbante.

Quando agiamo, il Pianeta risponde.

“E’ molto importante poter contestualizzare i cambiamenti climatici ed ambientali in atto. Ad esempio, guardando quali sono state le variazioni di concentrazione degli inquinanti emessi in atmosfera e fedelmente registrati negli strati di neve e ghiaccio che si sono accumulati nel corso degli anni e dei secoli. Questo ci fa vedere che se vengono presi dei provvedimenti per limitare l’emissione di inquinanti nell’ambiente, il Pianeta reagisce velocemente. E  le diminuzioni di concentrazioni vengono registrate negli archivi glaciali. E’ il caso del piombo, un metallo tossico utilizzato come anti detonante nelle benzine fino agli anni ottanta. Il bando di questa sostanza dalle benzine ha migliorato la qualità dell’aria, come possiamo vedere bene oggi studiando gli strati di neve delle Alpi e databili agli ultimi cinquant’anni”.

Carlo Barbante in laboratorio con i campioni appena prelevati

La prima spedizione: un progetto italo-francese.

Durante ogni spedizione quindi vengono prelevate delle “carote – patrimonio“, estratte da ghiacciai che potrebbero ridursi o scomparire del tutto a causa del riscaldamento globale. Con la prima missione sul Col du Dôme, nel massiccio del Monte Bianco, nell’agosto del 2016, sono state prese le prime tre.

“Siamo tornati nello stesso luogo dove avevamo fatto dei carotaggi a metà degli anni ’90” ci spiega Barbante. “In soli 20 anni, abbiamo rilevato che su tutta la profondità del ghiacciaio la temperatura si è alzata di 2 gradi. E’ tantissimo. E’ tutto calore che è stato assorbito dall’esterno e che sta fondendo il ghiacciaio”. Il team di glaciologi e ingegneri coinvolto era coordinato da Patrick Ginot, ingegnere di ricerca IRD presso l’Istituto di geofisica dell’ambiente  del CNRS.

Il ghiacciaio del Monte Bianco ha rappresentato la prima tappa di un progetto iniziato nel 2015 dai laboratori di glaciologia dell’Università Grenoble Alpes, dal CNRS, dall’Università Ca’ Foscari Venezia e dal CNR, sotto l’egida della Fondazione Università Grenoble Alpes.

Il riconoscimento internazionale UNESCO.

Nato da un’idea italo-francese, il progetto oggi coinvolge scienziati da tutto il mondo: Stati Uniti, Russia, Bolivia, Brasile, Svezia, Svizzera, Austria, Germania, Giappone e Cina. Il programma ha avuto anche il patrocinio UNESCO. La coincidenza, o se volete il paradosso, ha voluto che Ice Memory sia stato ufficialmente riconosciuto dall’UNESCO nella stessa drammatica riunione che ha visto gli Usa lasciare la stessa organizzazione internazionale.

Le carote di ghiaccio per adesso vengono conservate in apposite celle frigorifere in Europa. Il prossimo obiettivo è conservarle nel gelo naturale dell’Antartide. In un deposito ad hoc da costruire presso la base Concordia gestita dal Programma nazionale ricerche in Antartide (Pnra) e dall’Institute Polaire Emile Victor (IPEV). Con temperature medie di -52 gradi e uno spessore del ghiaccio di 4 km, l’Antartide è rimasto infatti l’unico luogo al mondo adatto a conservare un simile patrimonio.

La prossima sfida, tornare a 1 milione e mezzo di anni fa.

Da qui al 2020 il passo ulteriore di Ice Memory vuole essere quello di identificare un sito in Antartide dove iniziare perforazioni a grandi profondità. Tali da poter tornare indietro a 1,5 milioni di anni fa. “Non una data qualsiasi, perché corrisponde alla transizione dal pleistocene medio. Sarebbe importantissimo poter studiare cos’era accaduto. I passaggi da periodi caldi a periodi freddi allora erano molto più repentini, ogni 40 mila anni. Poi sono diventati molto più lenti, 100 mila anni. Non sappiamo esattamente perché, cosa può essere accaduto. Ma la condizione del pleistocene medio ci potrebbe dire tantissimo del clima e dell’eccezionalità dei cambiamenti che stiamo vivendo”.

Ringraziamo ancora Carlo Barbante.

©2017 ClimateChange News. Riproduzione riservata.

 

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Journalist & TV Reporter at RAI RadioTelevisione Italiana. Founder & Publisher ClimateChange News.

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